La camera

Qualche tempo fa stavo leggendo una raccolta di racconti chiamata “Il muro” di Jean Paul Sartre. Tra questi racconti – bellissimi – quello intitolato “la camera” mi ha colpito più degli altri. Mi ha colpito perché mi ha fatto tornare alla mente un pensiero che ciclicamente ritorna a farmi visita: se l’esperienza che abbiamo del mondo è sempre e comunque filtrata dai nostri sensi, come siamo certi che ciò che chiamiamo realtà sia la migliore fotografia del mondo nella sua essenza?

Che esperienza avremmo dello spazio e del tempo se avessimo gli occhi di un pesce? O di una mosca? E se una mosca o un pesce avessero accesso alla vera sostanza della materia? In altri termini mi chiedo se ciò che chiamiamo reale lo sia davvvero o non sia piuttosto una sorta di miraggio collettivo.

Inoltre, per descrivere il mondo per come appare utilizziamo categorie logiche, parole, immagini che sono di per sé artefatti umani. A questo punto è lecito chiedersi se per indagare l’essere, per spezzare i vincoli della materia, non sia più efficace una nota di violino piuttosto che tutti i teoremi  e i postulati scientifici prodotti dall’umanità negli ultimi 2500 anni.

Se la pazzia non fosse un delirio ma piuttosto la percezione acuta di una mente illuminata? Se quella che chiamiamo una mente malata non fosse semplicemente una mente più vicina a Dio, più vicina alla vera essenza del mondo?

Foto di Silvia

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