How to raise children and keep them alive – manuale per papà inesperti

Il problema principale di avere un bambino è che non sopravvive da solo. Quanta invidia per babbo e mamma antilope, che hanno a disposizione un essere perfettamente funzionante ed autonomo in 10 minuti! Il cucciolo d’uomo ci mette molto più tempo per acquisire le basi dell’autoconservazione, alcuni si sposano e fanno figli dimostrando di non averle mai acquisite, e così bisogna trovare il modo di superare le estati, “quando le baby sitter emigrano verso i paesi più caldi e gli asili chiudono lasciandoti solo”. E così mi prendo una settimana di ferie per tenere in vita mia figlia Rachele, 1 anno e mezzo, e in un apice di ottimismo decido di andare al mare da solo per tre giorni nella speranza di ridurla tutte le sere così:

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I primi due giorni di ferie sono dedicati ai preparativi. La lista di cose da portare diventa sempre più lunga (doppio ciuccio, orsetto per dormire, bibe, anzi zanza, libretti, pastina, crema solare, crema idratante, crema speciale, bagnoschiuma, costumini, abitini, cappellini, pannolini, e decine di altri oggetti odiosi che beffardamente finiscono in “ini”) e cresce anche la consapevolezza che ogni minima dimenticanza potrebbe essermi fatale. Arrivo al D-day carico di elettrizzato entusiasmo e deciso ad essere il papà migliore del pianeta.

Mercoledì 21 giugno

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Ho toppato completamente l’orario della partenza. Lungo il tragitto ho trovato ben due incidenti stradali, che hanno portato il viaggio a 2 ore. In ore/bimbo è il doppio del massimo tempo di sopportazione in auto. Inizio a guidare allungando il telefono nel sedile posteriore, in modo da stordirla con le canzoni dello Zecchino d’Oro. Incolonnato a una ventina di km dall’arrivo finisco i giga, la piccola inizia a piangere fortissimo e improvvisamente vomita fiotti di yogurt alla fragola. Quattro frecce, smonta, spoglia la bimba in colonna, una scarpina finisce nel fosso, lei piange livello scimmia urlatrice del Borneo. Non ho trovato di meglio che metterla tra le mie gambe urlante e proseguire il viaggio così, senza cinture, infrangendo il codice della strada e il buonsenso, avvolti nella fragranza di yogurt predigerito. Arrivo in appartamento, mentre scarico i bagagli lei si dirige immediatamente verso i due punti più pericolosi della casa: il cassetto dei coltelli e il vano con i detersivi. Lasciati i bagagli, metto in sicurezza la casa. La giornata prosegue liscia, grazie al cielo i vicini hanno una bambina di 6 anni che mi intrattiene la piccola mentre io sistemo casa e pulisco la macchina. La sera la porto fuori e investo felicemente diversi euro in giostrine a movimento circolare che sembrano ipnotizzarla. L’addormentamento è piuttosto semplice, lei è stanca e io ormai sono maestro di tecniche ninja.

Giovedì 22 giugno

La piccola si sveglia alle 5 del mattino, disperata. La riaddormento nel lettone al 15° round di “un elefante si dondolava”. È un attimo: rotola fuori dal letto e cade appena prima che io riesca ad afferrarla. Pianto livello jet F14 a Mac 3. Ore sette circa. Cominciamo bene. Preparata la borsa (acqua, crema, giochi, pannolini standard, pannolini acquatici, cappellino di riserva, merendina, asciugamano, sandaletti, costumino di ricambio, …) andiamo in spiaggia. La piccola apprezza la sabbia (tenta più volte di mangiarla) ma ha timore del mare e degli ambulanti, ergo IMG_20170520_174504non si allontana mai da me per più di un metro. I pasti sono complessi: non vuole mangiare nulla a meno che non provenga dal MIO piatto. Scopro che gradisce particolarmente la pastina con il salmone: la faccio mangiare da sola, con l’effetto di ritrovarmi un quadro di Jackson Pollock sul pavimento. Il pomeriggio mi gioco la carta più alta: gonfio il canottino (devo smettere di fumare) la carico a bordo e inizio a camminare in acqua a pochi metri dal bagnasciuga. Tutto procede ottimamente fino al naufragio… un’onda un po’ più alta rovescia il canottino e Rachele va in acqua a faccia in giù. Per circa un secondo e mezzo va sotto e a me sembra un’eternità. La prendo in braccio ed è talmente incazzata che non riesce neanche a piangere. Io mi sento uno schifo. In tutto ciò la bimba dei vicini deve andare al grest e mi lascia da solo. Provo a negoziare ma niente da fare, sono fottuto.

Venerdì 23 giugno

Arrivato all’ultimo giorno cresce in me un senso di orgogliosa rivalsa. La piccola è ancora viva e io mi sento rassicurato. Il sole splende alto nel cielo come sempre e come sempre Giovanni Muciaccia ci spiega come conquistare il mondo con carta e abbondante colla vinilica. Alle 15.30 circa Silvia, si materializza come un angelo alla porta di ingresso e circondata da un alone di luce, si prende la creatura tra le braccia. Io, sfoggiando impassibile noncuranza, le dico “naaa, è stata una passeggiata” e che, come diceva il mio prof. di marketing, “the kids raise themselves”.

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Mi riapproprio del mio ruolo di papà, ovvero addetto ai giochi pericolosi e ai comportamenti scorretti, e mi sparo subito peroni ghiacciata e sigaretta della vittoria, tanto il canottino – quello è certo – non lo useremo più.

 

MN

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