Riflessioni sulla vita e la felicità


La morte di Chester Bennington mi ha lasciato un grande punto interrogativo. Come può una persona così unica, così eccezionale, così felice secondo i canoni 3.0, togliersi la vita. Dovrebbe svegliarsi la mattina, guardarsi allo specchio e dirsi “Ce l’hai fatta. You are a super hero”. Certamente la vita è complicata a tutti i livelli, ma non dovrebbe essere eccezionalmente consolatorio pensare che tra tutti i miliardi di individui che hanno vissuto vite complicate nei secoli dei secoli tu sei uno che di lavoro fa la rock star? Come possiamo vivere sereni e appagati se nemmeno lui ci é riuscito? So che suona estremamente superficiale, ed è evidentemente distante anni luce dalla realtà dal momento che la sua infelicità era tale da fargli vedere il suicidio come unica via di uscita dal suo dolore, ma vi prego di sospendere un attimo il giudizio e di continuare a seguirmi.

Brad Pitt? Ovvero l’uomo più bello del pianeta? dopo aver adottato 16 figli li menava da sbronzo, il che lo renderebbe un uomo felice secondo i criteri dell’Est Europa, ma non secondo i canoni – diciamo – più tradizionali
.

Non è paradossale che al mondo esistano milioni di individui che vivono oggettive condizioni di infelicità e sembrano meno infelici di quelli che stanno nel 99esimo percentile del privilegio? Ha ragione Monicelli, quando alla fine di Cari fottutissimi Amici, dice: “forse sopravvivere è meglio di vivere?”. Confesso che alcune delle persone più tristi e insoddisfatte che ho conosciuto in vita mia erano anche estremamente ricche. Ricche al punto di avere una Porsche 911 a 25 anni, non a 65 quando non ti serve più a niente. Ricche e tristi.

Qualche giorno dopo ho visto un’intervista sempre di Chester in cui, in tempi non sospetti, diceva queste esatte parole e ho trasalito perché sembrava le stesse dicendo proprio a me:

A lot of people think that if you are successful you get some card by mail that says like “you’re gonna be totally satisfied and happy for the rest of your life”. It doesn’t happen like that.

Che si aggiunge a una frase di Jim Carrey che a suo tempo mi sconvolse e in cui diceva: “vorrei che tutte le persone al mondo fossero ricche e famose così finalmente capirebbero che non è quello che conta veramente”.

Allora cosa conta veramente? Perché nonostante tutti gli aforismi, tutti le opinioni, le storie di malattia e guarigione, di vita e di morte, di amore di fede, non si capisce bene dove si trovi questa felicità, perlomeno in forma stabile. Ci sono uomini che realizzano cose pazzesche e vivono tormentati dall’idea del prossimo traguardo, della prossima sfida, del prossimo problema, incapaci di godersi quello che hanno costruito. Ci sono uomini che dicono “i figli sono la felicità” e ce ne sono altri per i quali i figli “sono una rottura di coglioni a tutte le età” (citando il mio ex capo).

Non ho risposte e non giudico la scelta di Chester. Un uomo che arriva a togliersi la vita è un uomo distrutto e sicuramente ha le sue dannate ragioni – di certo non una sola – per scegliere di farla finita, per togliersi di dosso quello che sente come un peso insostenibile e quotidiano. Semplicemente non riesco a comprendere che meccanismi ci siano dietro certe cose.

Quello che dico è che anche nei periodi più bui della mia vita, avrei avuto decine di ragioni di cui essere felice ma non riuscivo a percepirle. Ci sono tantissimi uomini al mondo che vivono vite di privazioni al cui confronto la mia vita nel punto più basso sta esattamente come la mia ora sta a quella di Chester. Per qualcuno IO sono Chester. Gente che si sveglia la mattina in mezzo a una fogna di Calcutta e mentre fa colazione con della terra pensa a cosa darebbe per essere al mio posto. Non elencherò tutte le cose di cui dovrei essere felice, ma fidatevi, sono molte (soprattutto ultimamente). Eppure per quanto mi sforzi di apprezzare le piccole cose, per quanto provi a sentirmi fortunato di quello che ho più che di quello che non ho, per quanto cerchi di fare del training autogeno e di lavorare su me stesso, c’è sempre una tensione sottostante, una vibrazione. Un perverso meccanismo per cui so già che cercherò un nuovo livello da battere. Non puoi sforzarti di essere appagato, lo devi essere e lo devi essere inconsapevolmente. Non sto dicendo di essere depresso. Semplicemente credo che mi sarei dovuto sentire sempre mooooolto più sereno visto tutte le cose che la vita mi ha dato! E questa cosa mi scoccia e mi fa venire i sensi di colpa.

Se fosse un trucco evoluzionistico? Pensaci. Se avessimo vissuto sempre in uno stato di sereno appagamento cosa avremmo realizzato? Gran poco. La scienza, il progresso non nascono da un bisogno insoddisfatto? E la prima delle quattro nobili verità del buddismo non è proprio la connessione tra bisogno e sofferenza? Quindi la sofferenza sarebbe il prezzo da pagare per la crescita umana. Non mi convince. Mi pare chr più ci spingiamo nello spazio più ci allontaniamo da quello che ci serve davvero. È una ruota di bisogni ed illusioni il Samsara. Quello che spero con tutto il cuore è solo di essere sulla strada giusta, come Siddharta quando lascia il padre bramino convinto di trovare l’illuminazione tra gli eremiti e alla fine la trova in un barcaiolo sul fiume. Forse devo solo continuare a cercare il mio fiume.

Non credo nel potere della fede. È troppo distante da me e suona troppo consolatorio. Non parlatemi di cultura e di sapere. Cicerone diceva che la felicità è in un giardino e una biblioteca ma dai miei ricordi le persone più colte che ho conosciuto in vita mia erano spesso anche molto infelici e represse. Non ditemi l’amore perché qualunque adulto sa che come tutte le cose di questo mondo anch’esso cambia, si trasforma.

No. Dev’essere qualcosa dentro di te. Ma dove si trova?

MN

 

 

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