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Riflessioni sulla vita e la felicità


La morte di Chester Bennington mi ha lasciato un grande punto interrogativo. Come può una persona così unica, così eccezionale, così felice secondo i canoni 3.0, togliersi la vita. Dovrebbe svegliarsi la mattina, guardarsi allo specchio e dirsi “Ce l’hai fatta. You are a super hero”. Certamente la vita è complicata a tutti i livelli, ma non dovrebbe essere eccezionalmente consolatorio pensare che tra tutti i miliardi di individui che hanno vissuto vite complicate nei secoli dei secoli tu sei uno che di lavoro fa la rock star? Come possiamo vivere sereni e appagati se nemmeno lui ci é riuscito? So che suona estremamente superficiale, ed è evidentemente distante anni luce dalla realtà dal momento che la sua infelicità era tale da fargli vedere il suicidio come unica via di uscita dal suo dolore, ma vi prego di sospendere un attimo il giudizio e di continuare a seguirmi.

Brad Pitt? Ovvero l’uomo più bello del pianeta? dopo aver adottato 16 figli li menava da sbronzo, il che lo renderebbe un uomo felice secondo i criteri dell’Est Europa, ma non secondo i canoni – diciamo – più tradizionali
.

Non è paradossale che al mondo esistano milioni di individui che vivono oggettive condizioni di infelicità e sembrano meno infelici di quelli che stanno nel 99esimo percentile del privilegio? Ha ragione Monicelli, quando alla fine di Cari fottutissimi Amici, dice: “forse sopravvivere è meglio di vivere?”. Confesso che alcune delle persone più tristi e insoddisfatte che ho conosciuto in vita mia erano anche estremamente ricche. Ricche al punto di avere una Porsche 911 a 25 anni, non a 65 quando non ti serve più a niente. Ricche e tristi.

Qualche giorno dopo ho visto un’intervista sempre di Chester in cui, in tempi non sospetti, diceva queste esatte parole e ho trasalito perché sembrava le stesse dicendo proprio a me:

A lot of people think that if you are successful you get some card by mail that says like “you’re gonna be totally satisfied and happy for the rest of your life”. It doesn’t happen like that.

Che si aggiunge a una frase di Jim Carrey che a suo tempo mi sconvolse e in cui diceva: “vorrei che tutte le persone al mondo fossero ricche e famose così finalmente capirebbero che non è quello che conta veramente”.

Allora cosa conta veramente? Perché nonostante tutti gli aforismi, tutti le opinioni, le storie di malattia e guarigione, di vita e di morte, di amore di fede, non si capisce bene dove si trovi questa felicità, perlomeno in forma stabile. Ci sono uomini che realizzano cose pazzesche e vivono tormentati dall’idea del prossimo traguardo, della prossima sfida, del prossimo problema, incapaci di godersi quello che hanno costruito. Ci sono uomini che dicono “i figli sono la felicità” e ce ne sono altri per i quali i figli “sono una rottura di coglioni a tutte le età” (citando il mio ex capo).

Non ho risposte e non giudico la scelta di Chester. Un uomo che arriva a togliersi la vita è un uomo distrutto e sicuramente ha le sue dannate ragioni – di certo non una sola – per scegliere di farla finita, per togliersi di dosso quello che sente come un peso insostenibile e quotidiano. Semplicemente non riesco a comprendere che meccanismi ci siano dietro certe cose.

Quello che dico è che anche nei periodi più bui della mia vita, avrei avuto decine di ragioni di cui essere felice ma non riuscivo a percepirle. Ci sono tantissimi uomini al mondo che vivono vite di privazioni al cui confronto la mia vita nel punto più basso sta esattamente come la mia ora sta a quella di Chester. Per qualcuno IO sono Chester. Gente che si sveglia la mattina in mezzo a una fogna di Calcutta e mentre fa colazione con della terra pensa a cosa darebbe per essere al mio posto. Non elencherò tutte le cose di cui dovrei essere felice, ma fidatevi, sono molte (soprattutto ultimamente). Eppure per quanto mi sforzi di apprezzare le piccole cose, per quanto provi a sentirmi fortunato di quello che ho più che di quello che non ho, per quanto cerchi di fare del training autogeno e di lavorare su me stesso, c’è sempre una tensione sottostante, una vibrazione. Un perverso meccanismo per cui so già che cercherò un nuovo livello da battere. Non puoi sforzarti di essere appagato, lo devi essere e lo devi essere inconsapevolmente. Non sto dicendo di essere depresso. Semplicemente credo che mi sarei dovuto sentire sempre mooooolto più sereno visto tutte le cose che la vita mi ha dato! E questa cosa mi scoccia e mi fa venire i sensi di colpa.

Se fosse un trucco evoluzionistico? Pensaci. Se avessimo vissuto sempre in uno stato di sereno appagamento cosa avremmo realizzato? Gran poco. La scienza, il progresso non nascono da un bisogno insoddisfatto? E la prima delle quattro nobili verità del buddismo non è proprio la connessione tra bisogno e sofferenza? Quindi la sofferenza sarebbe il prezzo da pagare per la crescita umana. Non mi convince. Mi pare chr più ci spingiamo nello spazio più ci allontaniamo da quello che ci serve davvero. È una ruota di bisogni ed illusioni il Samsara. Quello che spero con tutto il cuore è solo di essere sulla strada giusta, come Siddharta quando lascia il padre bramino convinto di trovare l’illuminazione tra gli eremiti e alla fine la trova in un barcaiolo sul fiume. Forse devo solo continuare a cercare il mio fiume.

Non credo nel potere della fede. È troppo distante da me e suona troppo consolatorio. Non parlatemi di cultura e di sapere. Cicerone diceva che la felicità è in un giardino e una biblioteca ma dai miei ricordi le persone più colte che ho conosciuto in vita mia erano spesso anche molto infelici e represse. Non ditemi l’amore perché qualunque adulto sa che come tutte le cose di questo mondo anch’esso cambia, si trasforma.

No. Dev’essere qualcosa dentro di te. Ma dove si trova?

MN

 

 

La guida definitiva per fare i regali alle donne

regali per la fidanzata

Una relazione è una sorta di contratto a tempo indeterminato in cui tu – uomo – consapevole dei tuoi limiti innati, della tua incapacità di accostare i colori e del tuo discutibile buongusto, devi fornire alla tua controparte certamente affetto e supporto ma anche omaggi a scadenza fissa.

Qualunque uomo impegnato in una relazione duratura sicuramente sa di cosa parlo. Trascurando le feste minori ogni anno abbiamo almeno un san valentino, un compleanno, un natale, un anniversario a terrorizzarci. Dico “almeno” perché presumo la tua sia una relazione monogama, in caso contrario auguri. Dico “terrorizzarci” perché la maggior parte delle cose che dovrai acquistare sono ai tuoi occhi indistinguibili, e come tutte le cose che non si conoscono, mettono paura. Se sei in una relazione monogama da 5 anni vuol dire che molto presto dovrai pensare a 4 regali belli e soprattutto diversi dalle migliori 20 opzioni che ti sei già giocato in precedenza. Come fare? Al termine di questa guida, come direbbe Aranzulla, ti prometto che avrai un metodo infallibile per fare i regali alla tua ragazza, e sarà più semplice di quello che credevi. Dai, cominciamo!

Intanto, bisogna ammettere che il contesto non ci aiuta.

La pubblicità quotidianamente alimenta aspettative irrealizzabili e alza l’asticella della sufficienza. Non ho la minima idea di come mio nonno Giovanni abbia chiesto la mano alla nonna Delfina, ma dal 2001 se non affitti un cinema, proietti il tuo filmato in bianco e nero girato da Salvatores in cui VOI siete i protagonisti e le consegni un Trilogy da 1800 svanziche non sei nessuno. E tua suocera continuerà a ripetere a tua moglie per il resto dei suo giorni che doveva sposare quell’altro, quello con la barca e i capelli fluenti.

Per questo la gente si sposa, nonostante sia evidente a tutti che è statisticamente la prima causa di divorzio. Con il matrimonio i regali verranno alla lunga sostituiti da attestati di stima, tipo quelli che ti manda il tuo capo a Natale: “nel ringraziarLa per il costante impegno profuso, Le rinnoviamo i nostri migliori auguri per tutte le sfide che ci attendono a seguire. Cordialità”.

Qualche consiglio utile per iniziare: accorpare le feste. Per convenzione non si fanno due regali se le feste cadono lo stesso giorno. Chiedilo a quei poverini che sono nati il 25 dicembre e che se la prendono in quel posto da una vita. Se state uscendo con una e volete ufficializzare la cosa, aspettate fino al suo compleanno. Identica cosa per le nozze, basta con i matrimoni in giugno e settembre, diabolica trovata del vostro wedding planner che è certamente o donna o gay e quindi sicuramente non sta dalla vostra parte. Sposatevi il 14 febbraio. Non si suda e sicuramente non farete fatica a trovare un catering per la festa in giardino.

Non provate neanche lontanamente a immedesimarvi nella vostra donna. Non siete stati dotati di questa capacità, come non avete quella di centrare il buco del wc. Siete creature semplici, istintive, elementari. Ammettete i vostri limiti. L’ultima volta che papà ha provato a fare un regalo a mamma cercando di immedesimarsi le ha regalato un disco di Fabio Concato. FABIO CONCATO. Molto probabilmente quella è stata la causa del divorzio.

Mai mai mai regalare biancheria intima sexy. È chiaramente un regalo che vi fate da soli.

Mai mai mai regalare elettrodomestici, è sessista e verrà usato contro di voi.

Evitare assolutamente gli animali soprattutto i cani. Chiedetelo ai signori che passeggiano sotto casa mia alle 7 di mattina con i barboncini che evidentemente non hanno preso per sé.

Evitare la crisi dell’ultimo giorno cui segue l’escalation. Tipica situazione: è il giorno del compleanno della vostra ragazza, tra un paio d’ore la portate fuori a cena e non le avete ancora preso niente. Girate per il centro inebetiti, senza una meta, senza un’idea, come una bionda dentro un’università. A un certo punto provate a immedesimarvi nei suoi gusti ma grazie al cielo una voce dentro di voi vi dice che no, la balestra non è un regalo adatto. Vi manca il respiro. Il vostro cervello non riesce a pensare a più di una cosa alla volta e lentamente trascura le funzioni vitali che non riesce a gestire. Per la commessa di Max Mara siete come le carpe dei laghetti di pesca sportiva. Basta aspettare, prima o poi abboccherete. La disperazione vi porta a dire sì, quella borsetta di 13 cm quadrati che costa come l’ultimo tagliando dell’auto è l’unica salvezza davanti alla prospettiva di morte certa. Ok per quest’anno forse vi siete salvati, ma il prossimo? Dovrete trovare qualcosa che come minimo costi altrettanto. Il budget è come la pancia. Non cala mai. Al limite aumenta.

Spiegatelo al fenomeno del Trilogy, che il prossimo anno deve chiedere a Ryan Gosling di buttarsi in paracadute sopra la macchina in corsa della vostra ragazza con in braccio un volpino pomerania. Spiegatelo ad Abravomich, che ha regalato alla sua ragazza appassionata di arte un intero museo, che il prossimo anno se non le regala il Partenone dovrà prepararsi anche una buona scusa.

Evitare il consiglio della migliore amica, la tua ragazza capirà sicuramente che non è stato un parto della tua mente e quindi zero, non vale (Chicca sa di cosa parlo).

Evitare il consiglio della mamma, ve lo dico per esperienza: quel maglione rosa brucia ancora.

Ma allora esiste una regola per aiutarci in questa drammatica scelta? No. Mentivo. Anche Aranzulla è terrorizzato e sempre più povero. Ma esiste una relazione per spiegarti quanto budget investire, e in quanto idiota e fondata su stereotipi la adoro. La formula è questa:

budget di quest’anno = budget anno precedente * (1+1/numero di anni di relazione) * 1+k

Dove k è il cosiddetto “coefficiente di colpa” e varia da 0,2 (condizione normale) a 5 (massima colpa). Non è ancora stato pervenuto un coefficiente di colpa pari a zero. Assume valore massimo per tradimenti, smarrimento dei figli, sospensione di patente, ecc. Secondo questa equazione, il budget segue il trend del vostro coivolgimento affettivo: cresce sempre ma in misura sempre minore negli anni  e risente delle cazzate che combinate.

Insomma, la situazione è complessa. Rimangono due sole opzioni. La prima, come fa mio suocero, è chiamare terrorizzato la figlia per farsi spiegare esattamente cosa comprare e esattamente dove si trova, ma vi serve una figlia e se continuate a sbagliare regali non l’avrete mai. La seconda è la cara, rassicurante, fungibile, sempiterna busta. Con tanto di bigliettino del tabaccaio. Ma attenzione, MAI consegnarla dopo una notte d’amore. Potrebbe essere frainteso.

MN

Sono i libri a trovarvi e non voi a trovare loro

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Quando cresci capisci che il bene più prezioso che hai a tua disposizione è il tempo. È una risorsa scarsa, non rinnovabile, non scambiabile, non accumulabile. Ogni giorno la sabbia della nostra clessidra scorre, e ci avviciniamo al gate degli arrivi: “gentili passeggeri, vi raccomandiamo di fumare e di tenere accesi i vostri dispositivi elettronici. Le uscite di sicurezza non sono situate da nessuna parte”. Solo il tempo ci separa da quel giorno, quando finirà il soggiorno su questo pianeta, in cui esistiamo per una serie infinita di casualità accorse quando tutte le probabilità giocavano a sfavore. Dal Big Bang al nostro concepimento.

Per questo sono convinto che passare dei giorni a leggere un libro che poi abbandoniamo sfiniti, sfiduciati e un po’ incazzati è assolutamente odioso.

Scegliere un libro è difficile, regalarlo rischioso. Allora come si fa? Le recensioni sono tutte entusiaste e ti viene il dubbio che i recensori siano tutti sotto crack, i gusti personali, titoli e copertine sono fuorvianti e nutrono false aspettative, come i reggiseni imbottiti e gli annunci di lavoro.

Io ho una mia teoria. I libri belli non si comprano né si regalano, si trovano.

Volete leggere un libro? Andate a casa dei vostri genitori, dei vostri nonni, nella casa al mare dei suoceri e guardate nella loro libreria. Così ho trovato i titoli più importanti della mia vita.

Il tempo passa, cambiano le mode, i mobili, la tappezzeria, le mogli e gli amici. Ma se un libro è sufficientemente in gamba da attraversare tutto ciò e restare aggrappato alla sua mensola ci sono ottime probabilità che sia un ottimo libro (*).

(*) Eccetto per “La forza di un sogno” di S. Berlusconi, trovato a casa della nonna e lasciato lì

Quando lo troverete sarà come aver trovato un buon amico, di quelli che ti danno quel pezzettino di puzzle che cercavi per chiudere l’angoletto e avere una visione d’insieme un pelo più chiara. Avrà una copertina ammuffita e le pagine ingiallite, a testimonianza di quanta fatica ha fatto per arrivarvi tra le mani e voi gli vorrete bene e lo rispetterete perché non lo avete comprato.

Perché nonostante tutti gli sforzi che facciamo per dirigere la nostra vita verso percorsi prefissati, gli eventi più importanti sono ancora quelli che avvengono per una serie infinita di casualità accorse quando tutte le probabilità giocavano a sfavore. Dal Big Bang alla scelta di un libro.

MN

Foto di Syd Wachs

Follow your Dreams

01:15. Niente da fare… non riesco a dormire. Troppi pensieri per la testa. Tanto vale disegnare e fumare l’ultima. Ci ho messo quasi 34 anni ma una cosa l’ho imparata… Che il cuore ha sempre ragione. MN

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Il tuo gatto non si è perso. E’ evaso

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Troppo spesso passeggiando in centro vedo i manifestini “SI E’ SMARRITO + *nome del gatto*” e credo sia arrivato il momento di dire chiaramente come stanno le cose. Dal momento che difficilmente un uomo eterosessuale prende un gatto di sua spontanea volontà e tanto più se ne preoccupa se non lo trova più in casa, questo pezzo è diretto specificatamente alle donne: il tuo gatto NON SI É SMARRITO. È SEMPLICEMENTE SCAPPATO. Sei il tuo gatto (che si orienta tranquillamente al buio e riesce a camminare sopra i tetti) non torna per cena non si è perso, è evaso.

Anche io ero vittima della stessa allucinazione. Ho avuto un gatto (Minou, guarda caso su richiesta esplicita di mia moglie) e ho PIANTO quando l’ho dovuta portare dal mio babbo, nonostante stessi per morire. Sì perché sono allergico e dopo due anni ho iniziato a avere delle crisi respiratorie che mi hanno portato più volte vicino al soffocamento nel sonno se non avessi avuto a portata di mano un ventolin o delle capsule di cortisone. Lei (non specifico se il gatto o mia moglie) lo sapeva e credo cercasse di uccidermi. Ma allora perché piangere per un animale che vi è così affezionato che:

  • che dovete chiudere ogni pertugio perché sennò scappa
  • che per giocare vi riduce la mano a un macinato di carne
  • che il vostro figlio tossico è tornato a casa e lui noi
  • che se provate a lavarlo cercherà di accecarvi
  • che se morirete in casa, nel giro di 4/5 giorni inizierà a mangiarvi (è un fatto dimostrato)
  • che tenta di farvi cascare dalle scale
  • che se gli correte incontro per salutarlo lui si terrorizza e scappa
  • che deliberatamente rovescia vasi e soprammobili dalle mensole
  • che se lo portate fuori al minimo pericolo preferirà morire piuttosto che starvi vicino
  • che dimostra esplicito interesse per voi esclusivamente se avete in mano i croccantini e comunque negli orari dei pasti e comunque se non ci sono persone con croccantini più vicine
  • che in caso di abbandono non manifesta alcun disagio ma anzi continua la sua vita come nulla fosse
  • che tornate da 3 anni di missione in Iraq e lui vi guarda con lo stesso sguardo di quando andate a buttare la spazza

Sapete perché? Perchè è morbido e vi tiene caldo mentre guardate la TV. E’ un po’ stronzo ma almeno vi da l’idea che c’è qualcuno che vi aspetta a casa, non puzza eccessivamente e sa fare i suoi bisogni da solo. Praticamente avete un gatto per la stessa ragione per cui avete un uomo. E per la stessa ragione ve li tenete nonostante entrambi vi diano per scontate e vi considerino estensioni mobili del frigorifero. E quindi eccolo! quel meraviglioso meccanismo mentale per cui si arriva a sacrificare la realtà sull’altare delle aspettative, e che vi porta a formulare questi postulati che si adattano perfettamente per giustificare le vostre relazioni insoddisfacenti con uomini e gatti:

  • Lui è diverso. In fondo so che mi vuole bene
  • Ha un modo suo di dimostrare affetto
  • È stato menato da piccolo
  • È un animale notturno, si attiva di notte
  • Devi prenderlo per quello che è, arriva fino a lì
  • Dorme tutto il giorno, peccato perda un sacco di pelo

Quindi non disperate se il vostro gatto o il vostro uomo vi abbandonano. Non ci avete perso granché. Al limite potete sempre prenderne uno nuovo! Ce ne sono un sacco che cercano compagnia tra gli annunci su internet.

MN

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Perché Breaking Bad è la serie tv più bella mai realizzata

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Adoro le citazioni. Citi un film di Tarantino, Ken Shiro, November Rain e hai descritto un intero universo culturale. Basta una parola, un’immagine: te e l’altro diventate immediatamente parte dello stesso clan, avete giocato nella stessa cameretta, attaccato gli stessi poster, condiviso le stesse emozioni. Forse perché oggi il mondo non ha più confini geografici o linguistici, e la koiné semantica consiste nello scambio di contenuti pop. Forse perché passiamo la vita davanti a uno schermo, forse perché siamo viziati e snob.

Ma ecco che a volte la citazione non attacca. A volte perché è troppo di nicchia, a volte semplicemente perché lo sconosciuto non è sincronizzato con lo spirito dei tempi. E così un giorno ti capita di fare una battuta al bar, di dire una scemata citando Breaking Bad e il tizio davanti a te sorride e dice: “Cos’è Breaking Bad?”

Non c’è un c***o da ridere. Non aver visto Breaking Bad è di certo meno grave di non sapere la matematica, ma è più grave di non aver fatto religione alle superiori. Non è una serie televisiva, non è intrattenimento spiccio, un passatempo, non è un dettaglio. Non aver visto Breaking Bad è un gap culturale.

Ma perché?

Sicuramente è merito della recitazione impeccabile, del cast leggendario, della sceneggiatura serrata, senza i tempi morti e l’annacquamento che le serie spesso subiscono dalla 4° alla 7° stagione. Per cui guardi all’ultimo episodio come il maratoneta guarda al 42esimo kilometro. Ma c’è di più.

Breaking Bad è una serie iconica perché parla di te. Di te, “high potential loser”, che passi la vita ad aspettare che arrivi la chance che ti meriti, che quel treno passi anche per te e tu ci possa finalmente salire. Parla di te che sai di essere eccezionalmente bravo in quella piccola cosa, in quella piccola nicchia che ti definisce, in cui ti senti speciale, ma che sfortunatamente non interessa al resto del mondo. Del modo in cui i furbi e gli spregiudicati avanzano a discapito dei gentili. Dei rendimenti decrescenti dell’istruzione, per cui stranamente gli ignoranti si sentono sempre eccezionalmente competenti, e i colti sempre in difetto. Del confort rassicurante dello status quo, per cui la non-scelta è la migliore scelta davanti ai potenziali calci sui denti che la vita può potenzialmente riservarti.

Fino al giorno in cui lo status quo non è più un’opzione percorribile. E mentre la tua vita affonda, devi prendere quella piccola cosa che sai fare, trasformarla in una piccola zattera, salirci sopra e starci a galla in mezzo all’oceano. E ti ricordi del brivido. Quel brivido che hai avuto quando lei ti ha baciato in uno sgabuzzino, quando hai messo la prima e hai sentito la macchina muoversi, quando avevi il vento delle possibilità nei tuoi capelli da ragazzo. E ti piace. Anche troppo. Perché finalmente il calcolo, il perfezionismo, la dedizione, la fatica hanno adeguato pay-off: reputazione, potere, soddisfazione. Brivido, di cui il denaro non è che un effetto collaterale.

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“I did it for me. I liked it. I was good at it. And.. I was… really… I was… alive” (*)

(*per mettere un video incorporato devo pagare wordpress quindi sticazzi)

Sapete cosa fare stasera. E per rispondere alla domanda iniziale “cos’è Breaking Bad?” mi sembra giusto chiudere con una citazione: “non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo”.

PS: stamattina mi hanno citato “Poltergeist, presenze demoniache” e ho toppato di brutto…succede a tutti 🙂

MN

How to raise children and keep them alive – manuale per papà inesperti

Il problema principale di avere un bambino è che non sopravvive da solo. Quanta invidia per babbo e mamma antilope, che hanno a disposizione un essere perfettamente funzionante ed autonomo in 10 minuti! Il cucciolo d’uomo ci mette molto più tempo per acquisire le basi dell’autoconservazione, alcuni si sposano e fanno figli dimostrando di non averle mai acquisite, e così bisogna trovare il modo di superare le estati, “quando le baby sitter emigrano verso i paesi più caldi e gli asili chiudono lasciandoti solo”. E così mi prendo una settimana di ferie per tenere in vita mia figlia Rachele, 1 anno e mezzo, e in un apice di ottimismo decido di andare al mare da solo per tre giorni nella speranza di ridurla tutte le sere così:

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I primi due giorni di ferie sono dedicati ai preparativi. La lista di cose da portare diventa sempre più lunga (doppio ciuccio, orsetto per dormire, bibe, anzi zanza, libretti, pastina, crema solare, crema idratante, crema speciale, bagnoschiuma, costumini, abitini, cappellini, pannolini, e decine di altri oggetti odiosi che beffardamente finiscono in “ini”) e cresce anche la consapevolezza che ogni minima dimenticanza potrebbe essermi fatale. Arrivo al D-day carico di elettrizzato entusiasmo e deciso ad essere il papà migliore del pianeta.

Mercoledì 21 giugno

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Ho toppato completamente l’orario della partenza. Lungo il tragitto ho trovato ben due incidenti stradali, che hanno portato il viaggio a 2 ore. In ore/bimbo è il doppio del massimo tempo di sopportazione in auto. Inizio a guidare allungando il telefono nel sedile posteriore, in modo da stordirla con le canzoni dello Zecchino d’Oro. Incolonnato a una ventina di km dall’arrivo finisco i giga, la piccola inizia a piangere fortissimo e improvvisamente vomita fiotti di yogurt alla fragola. Quattro frecce, smonta, spoglia la bimba in colonna, una scarpina finisce nel fosso, lei piange livello scimmia urlatrice del Borneo. Non ho trovato di meglio che metterla tra le mie gambe urlante e proseguire il viaggio così, senza cinture, infrangendo il codice della strada e il buonsenso, avvolti nella fragranza di yogurt predigerito. Arrivo in appartamento, mentre scarico i bagagli lei si dirige immediatamente verso i due punti più pericolosi della casa: il cassetto dei coltelli e il vano con i detersivi. Lasciati i bagagli, metto in sicurezza la casa. La giornata prosegue liscia, grazie al cielo i vicini hanno una bambina di 6 anni che mi intrattiene la piccola mentre io sistemo casa e pulisco la macchina. La sera la porto fuori e investo felicemente diversi euro in giostrine a movimento circolare che sembrano ipnotizzarla. L’addormentamento è piuttosto semplice, lei è stanca e io ormai sono maestro di tecniche ninja.

Giovedì 22 giugno

La piccola si sveglia alle 5 del mattino, disperata. La riaddormento nel lettone al 15° round di “un elefante si dondolava”. È un attimo: rotola fuori dal letto e cade appena prima che io riesca ad afferrarla. Pianto livello jet F14 a Mac 3. Ore sette circa. Cominciamo bene. Preparata la borsa (acqua, crema, giochi, pannolini standard, pannolini acquatici, cappellino di riserva, merendina, asciugamano, sandaletti, costumino di ricambio, …) andiamo in spiaggia. La piccola apprezza la sabbia (tenta più volte di mangiarla) ma ha timore del mare e degli ambulanti, ergo IMG_20170520_174504non si allontana mai da me per più di un metro. I pasti sono complessi: non vuole mangiare nulla a meno che non provenga dal MIO piatto. Scopro che gradisce particolarmente la pastina con il salmone: la faccio mangiare da sola, con l’effetto di ritrovarmi un quadro di Jackson Pollock sul pavimento. Il pomeriggio mi gioco la carta più alta: gonfio il canottino (devo smettere di fumare) la carico a bordo e inizio a camminare in acqua a pochi metri dal bagnasciuga. Tutto procede ottimamente fino al naufragio… un’onda un po’ più alta rovescia il canottino e Rachele va in acqua a faccia in giù. Per circa un secondo e mezzo va sotto e a me sembra un’eternità. La prendo in braccio ed è talmente incazzata che non riesce neanche a piangere. Io mi sento uno schifo. In tutto ciò la bimba dei vicini deve andare al grest e mi lascia da solo. Provo a negoziare ma niente da fare, sono fottuto.

Venerdì 23 giugno

Arrivato all’ultimo giorno cresce in me un senso di orgogliosa rivalsa. La piccola è ancora viva e io mi sento rassicurato. Il sole splende alto nel cielo come sempre e come sempre Giovanni Muciaccia ci spiega come conquistare il mondo con carta e abbondante colla vinilica. Alle 15.30 circa Silvia, si materializza come un angelo alla porta di ingresso e circondata da un alone di luce, si prende la creatura tra le braccia. Io, sfoggiando impassibile noncuranza, le dico “naaa, è stata una passeggiata” e che, come diceva il mio prof. di marketing, “the kids raise themselves”.

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Mi riapproprio del mio ruolo di papà, ovvero addetto ai giochi pericolosi e ai comportamenti scorretti, e mi sparo subito peroni ghiacciata e sigaretta della vittoria, tanto il canottino – quello è certo – non lo useremo più.

 

MN

Manachino: uno di noi

La natura, si sa, non fa niente per caso. E a quanto pare, ha poca fantasia. Sì perché a dispetto di quanto possa sembrare guardando al creato  e alle infinite varietà attraverso cui si manifesta, ci sono dei pattern evoluzionistici che sembrano ripetersi in forma analoga in specie diverse del regno animale. Uno di questi pattern, che attraversa trasversalmente il mondo animale e quello degli uomini, è la disperata, sofferta, estenuante, impietosa ricerca di un partner.

Se pensavate che la vicenda del povero Dawson Creek, friendzonato dalla sedicente Joy Potter per 6 stagioni e sofferto spettatore della di-lei storia d’amore con il di-lui migliore amico per le altre 6, fosse troppo crudele forse non avete mai sentito parlare della tristissima storia dei Manachini dalla Coda Lunga.

Questi simpatici uccellini che vivono nelle foreste del Sud America fanno una vita che a confronto Giacomo Leopardi era CR7.

Il povero Manachino, ha come unico scopo della vita di imparare una danza che gli consenta – se gli gira bene e solo dopo anni di esercizio – di trovare una Manachina che ci sta. E già da qui la similitudine con l’homo sapiens sapiens è completa e totale. Ma i gusti della Manachina sono scientifici: se dopo anni di allenamento il giovane playboy riuscirà ad aumentare la frequenza del battito delle ali di qualche millisecondo forse – forse – Lei si concederà. Tutto qui? Beh, direte voi, che c’è di strano… anche noi passiamo le giornate in palestra per convincerla che quel giorno riusciremo a salvarla  dalla tigre dai denti a sciabola che insidia la sua grotta, o dalla stronza che ha puntato l’ultima taglia di collant in saldo da intimissimi.

Ma attenzione che le similitudini non finiscono qui.

Quello che mi ha veramente buttato via di testa è che il manachino non esegue la danza da solo. No, il manachino la fa in gruppo. Avete capito bene: l’uccellino recupera altri 4 o 5 tra i suoi simili e – per così dire – mette su una crew.

L’allegra compagnia si organizza, sceglie un preciso ordine per la coerografia, condivide il calendario di Google per fare le prove (che il mio tempo non vale meno del tuo) e sistematicamente tutti i giorni per mesi e mesi prova incessantemente il balletto che dovrebbe portare, nella migliore delle ipotesi, uno e uno soltanto di loro all’agognato favore della passera. Ehm, scusate, della Manachina.

La procedura è questa: l’allegra compagnia si dispone in fila su un ramo, in modo che sia ben visibile davanti alla femmina. Uno alla volta i Manachini fanno la loro performance. Se entro pochi secondi la pollastra non è impressionata, il ballerino lascia il posto al next in line e diligentemente si mette a fine riga. Se nessuno dei ragazzi è considerato degno, dopo un paio di giri la ragazza si spazientisce, gira i tacchi e se ne va.

Sembra proprio che per certi uccelli non ci sia speranza e molto probabilmente il tuo è uno di quelli.

Ma ecco una meravigliosa dimostrazione di broismo e immensa fiducia nel futuro. I Manachini appena scaricati, inconsapevoli e assolutamente ottusi come solo i veri maschi sanno essere, non si demoralizzano e in pochi secondi si ricompattano, si organizzano e tornano subito a provare la coerografia sul ramo vicino. Dandosi un telepatico cinque alto, riprendono l’allenamento esattamente dove l’avevano lasciato, sicuri che “la prossima sì! sarà quella buona” (non ditemi che non vi sentite chiamati in causa) e comunque per niente sfiduciati dalla sconfitta: in gruppo avranno comunque maggiori probabilità che almeno uno di loro abbia successo. Un po’ come quei tizi che fanno il tavolo in 12 e prendono una bottiglia di belvedere due euro e cinquanta a testa: state “massimizzando” le vostre probabilità di successo. Come no.

In tutto questo la Manachina non fa assolutamente nulla. In quanto femmina, ha il diritto di stare comodamente ferma su un ramo, sintonizzarsi su Pomeriggio Cinque e di scegliere l’esemplare che ha maggiori probabilità di rimborsare quelle 1256 rate a tasso fisso che servono per acquistare quell’appartamento in centro tanto carin…ehm… di eseguire la danza supersonica, dimostrando di avere un sistema cardiovascolare migliore degli altri, e quindi di essere portatore di un patrimonio genetico migliore.

Come finisce questa storia? In nessun modo. I manachini continuano a prosperare in Sud America a differenza nostra, che sopravviviamo a fatica in un paese senza futuro, dal momento che non siamo più in grado di operare una corretta selezione naturale.

Ma io voglio pensare che quando il giovane Manachino, distrutto da anni di allenamento, sfiancato dall’amarezza della vita e dopo aver perso tutti gli amici si riposizionerà sul quel rametto per fare ancora la sua magica danza, Lei gli dirà: “Non sei più lo stesso, esco con quello del ramo di sopra”.

Manachino, uno di noi.

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Noi due, come quei due quadri in camera

Noi due, come quei due quadri in camera

che non vogliono star dritti mai

e sembra debbano schiantarsi a terra da una vita,

ma non cascano mai,

non si schiantano mai.

Così ho rifatto il letto come se,

dormissi con un’altra e non con te

e ho capito che

non cambierebbe niente,

ma più probabilmente cercherei il tuo viso,

disperatamente

La camera

Qualche tempo fa stavo leggendo una raccolta di racconti chiamata “Il muro” di Jean Paul Sartre. Tra questi racconti – bellissimi – quello intitolato “la camera” mi ha colpito più degli altri. Mi ha colpito perché mi ha fatto tornare alla mente un pensiero che ciclicamente ritorna a farmi visita: se l’esperienza che abbiamo del mondo è sempre e comunque filtrata dai nostri sensi, come siamo certi che ciò che chiamiamo realtà sia la migliore fotografia del mondo nella sua essenza?

Che esperienza avremmo dello spazio e del tempo se avessimo gli occhi di un pesce? O di una mosca? E se una mosca o un pesce avessero accesso alla vera sostanza della materia? In altri termini mi chiedo se ciò che chiamiamo reale lo sia davvvero o non sia piuttosto una sorta di miraggio collettivo.

Inoltre, per descrivere il mondo per come appare utilizziamo categorie logiche, parole, immagini che sono di per sé artefatti umani. A questo punto è lecito chiedersi se per indagare l’essere, per spezzare i vincoli della materia, non sia più efficace una nota di violino piuttosto che tutti i teoremi  e i postulati scientifici prodotti dall’umanità negli ultimi 2500 anni.

Se la pazzia non fosse un delirio ma piuttosto la percezione acuta di una mente illuminata? Se quella che chiamiamo una mente malata non fosse semplicemente una mente più vicina a Dio, più vicina alla vera essenza del mondo?

Foto di Silvia

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